giovedì 9 agosto 2012

L'io/tu di Martin Buber

Quando andiamo per una strada e incontriamo un uomo che ci è venuto incontro e che andava anche lui per quella strada, conosciamo solo il nostro tratto di strada, non il suo; del suo infatti veniamo a conoscenza solo nell’incontro.
Del compiuto processo di relazione conosciamo, per averlo vissuto, il cammino che abbiamo percorso, il nostro tratto di strada. Il resto ci accade, non lo sappiamo. Ci accade nell’incontro. Se ne parliamo come di un qualcosa che è al di là dell’incontro, ne restiamo feriti.
Ciò di cui dobbiamo occuparci, ciò di cui dobbiamo preoccuparci non è l’altra parte, ma la nostra; non è la grazia, ma la volontà. La grazia ci guarda nel momento in cui andiamo verso di lei e ne attendiamo la presenza; ma non è il nostro oggetto.
Il tu viene incontro. Ma sono io che nella relazione immediata gli vado incontro. Così la relazione è essere scelti e scegliere, patire e agire insieme. L’accesso alla relazione non si può insegnare con prescrizioni. Si può solo indicare, tracciando un cerchio che escluda tutto ciò che non lo è.
L’io è indispensabile in ogni relazione, anche in quella più alta, dal momento che essa può avvenire solo tra l’io e il tu. Non si tratta di rinunciare all’io, ma a quel falso istinto di autoaffermazione per cui l’uomo cerca rifugio nel possesso delle cose quando si trova dinanzi all’incerto, evanescente, instabile, invisibile, pericoloso mondo della relazione.

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